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A partire dalla lettura di un articolo di Umberto Galimberti su Repubblica ci siamo chiesti:
"L’efficienza è un valore o un disvalore?"
L’efficienza consiste nel raggiungimento dello scopo che ci si è proposti nel miglior modo possibile e con il minor impiego di mezzi e risorse. Quindi oggi, nell’era della tecnica, è considerata un valore.
Ma è anche vero che oggi l’agire, ossia il compiere un’azione in vista di uno scopo che mi sono preposto e di cui sono responsabile, è stato sostituito dal più semplice “fare”, magari bene e con efficienza, le mansioni che mi sono state assegnate dall’apparato di appartenenza, senza responsabilità rispetto agli scopi finali che l’apparato si propone. Facciamo alcuni esempi.
- Chi raccoglie pubblicità è valutato sulla quantità di spazi pubblicitari venduti, ma non sulla qualità dei prodotti pubblicizzati.
- I funzionari delle banche che prestarono i soldi a Parmalat, Cirio o Giacomelli non rispondono del fallimento di quelle imprese (anzi, per quei contratti sono stati premiati).
- Chi investe in borsa tende al guadagno indipendentemente dagli scopi finali che si propongono le imprese in cui investe (compresa la fornitura di armi).
Fatte queste considerazioni il concetto può assumere anche una connotazione negativa.
Per riequilibrare il giudizio sarebbe utile che l’efficienza fosse collegata, o meglio, ri-collegata alla responsabilità etica.
E’ su questo concetto che riteniamo vada riposizionato tutto il pensiero politico poiché i danni maggiori prodotti dai cinque anni berlusconiani sono proprio in questo ambito.
Oggi gli entourage degli apparati amministrativi pubblici sono stati ridotti a un gruppo arrancante di intermediari senza valore aggiunto, che intercettano soldi, rappresentanza e verità.
La mente dei cittadini è stata condizionata all’idea che la furbizia paghi e che, comunque, coloro che rimangono vicini al potere la fanno sempre franca. Anche se presi con le dita nella marmellata.
Su queste riflessioni vi invitiamo a leggere, se ne avete voglia, questo articolo, datato eppure attuale.
"I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi; sentimenti e passioni civile, zero. Gestiscono interessi i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli senza perseguire il bene comune...
I partiti hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai-tv, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il Corriere della Sera cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa faccia una così brutta fine... Il risultato è drammatico.
Tutte le 'operazioni' che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito e della corrente o del clan cui si deve la carica...
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia di oggi, secondo noi comunisti, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati...
Bisogna agire affinché la giusta rabbia dei cittadini verso tali degenerazioni non diventi un'avversione verso il movimento democratico dei partiti".
Enrico Berlinguer
Segretario Nazionale del PCI
(intervistato da Eugenio Scalfari - La Repubblica, 28 luglio 1981).
La provocazione del mese è relativa ad un intervento di Cassese del luglio scorso, ma ci sembra che sia in sintonia con il tema di questa newsletter
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Risorse per la competitività
| Ma il Federalismo regionale è utile ai cittadini? |
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di Ozne del 2006-03-02 |
| Dopo l’ordine del giorno dei Ds (cfr. regioni.it n. 563) arriva una dura requisitoria da parte di Sabino Cassese che sul Corriere della Sera affronta la “situazione difficile sul fronte delle Regioni”. E le difficoltà sarebbero cominciate “prima delle elezioni, aumentando it numero dei consiglieri regionali. Si continua ora – scrive Cassese - moltiplicando assessori, commissioni consiliari, posti di “capo dell'opposizione”, altre cariche, tutti dotati di indennità, segretari, uffici, telefoni, automobili con autisti. Intanto continua la conflittualità Stato-Regioni”.
Secondo Cassese “con l'elezione diretta dei presidenti regionali, i consigli sono stati privati del compito di scegliere 1'esecutivo” e così “classi politiche abituate a fare e disfare governi, e a esercitare per questa strada un forte peso sull'amministrazione, si sono trovate improvvisamente disoccupate. Non svolgono il compito di fare buone leggi o di tenere sotto controllo le giunte regionali - ciò che loro richiede it nuovo assetto. Pretendono compensi – poltrone, assistenti, auto – (…) e le Giunte, per tener buoni i Consigli, concedono posti e permettono spese”.
Ma l’analisi di Cassese non si ferma qui. “C’è da ultimo la conflittualità Stato-Regioni. Questa non è dovuta al “federalismo” varato nel 2001, come è stato detto da qualche critico interessato. Ma al fatto che il centro destra, in attesa di mantenere la promessa di un ancor più alto tasso di “federalismo” (quello voluto dalla Lega) non ha dato attuazione alle norme costituzionali del 2001, suscitando la giusta reazione delle Regioni”
Cassese si interroga sul ruolo delle Regioni “Si sono impadronite della sanità, messa alla mercè delle fazioni locali. Hanno accresciuto le partecipazioni, mentre quelle statali venivano smantellate. Concentrano poteri sul territorio, a danno degli enti locali e della competitività del Paese (perché contribuiscono a bloccare le grandi opere). Moltiplicano posti di sottogoverno, vuoti di funzioni. Aumentano a dismisura i processi delle decisioni pubbliche. Condizionano i più minuti provvedimenti, attraverso la Conferenza Stato-Regioni”.
La conclusione è improntata al pessimismo: “Dovevano contribuire a risolvere i problemi dello Stato. Sono, al contrario, divenute esse stesse un problema”.
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